089 481820 - Via Cristoforo Capone, 59 Salerno info@caosinforma.it
N. 148 - ottobre 2021
A proposito di

IMMMGRATI, MGRANTI, STRANIERI

 

Si fa presto a dire immigrati, ma che vuol dire veramente?

Qualsiasi cittadino italiano può “emigrare” dalle nostre frontiere, ed “immigrare” entrando in un'altra nazione.
Dunque, è “immigrato” colui che entra in Italia per una permanenza duratura nel tempo.

Spesso utilizziamo “immigrato” come sinonimo di “profugo”, o “clandestino”, rendendo identiche situazioni totalmente differenti.

D seguito una riflessione che ci aiuta a fare chiarezza  a partire dall’uso corretto dei termini.

 

Il termine “immigrazione” indica sia un movimento (si parte dal proprio paese per giungere al paese che si è scelto come meta d’immigrazione), sia un risultato (si arriva, si tenta di inserirsi, e dalla società d’approdo è definito come “immigrato).

Dal punto di vista del risultato, “italiani”, “immigrati” e “stranieri” appartengono tutti alla popolazione italiana. Ma sta di fatto che queste tre categorie sono talvolta confuse tra loro (soprattutto la seconda e la terza) e talvolta sono considerate distinte. Nei casi concreti occorre usare queste categorie con cautela. Se, da un lato, l’immigrato è, per definizione, chiunque viene qui dall’estero”, dall’altro, nel linguaggio corrente diventa colui al quale si attribuisce un determinato stereotipo legato all’appartenenza etnico-nazionale (ad esempio, i ghanesi sono “simpatici”, i rom sono “ladri”, ecc.) ad uno status sociale (gli “extracomunitari sono poveri” e “portano malattie”) ecc. Un esempio esplicativo. Un alto dirigente statunitense che lavora in Italia, che di fatto è un “cittadino extracomunitario”, sarà difficilmente percepito come un “immigrato” rispetto ad un giovane di nazionalità italiana nato in Italia da genitori senegalesi immigrati in Italia. Ora, mentre il primo è un immigrato straniero, il secondo, italiano di nascita, non è certamente venuto in Italia dal paese d’origine dei suoi genitori. Eppure, secondo una categorizzazione che è adottata anche dagli studiosi, esso è definito “immigrato di seconda generazione”. Quest’ultimo caso è ancora un altro degli innumerevoli esempi degli effetti di una visione sociologica etnocentrica la quale, perdendo il punto di vista del soggetto, si priva di coglierne appieno l’esperienza. Nel caso dei figli degli immigrati, ascrivere la loro esperienza a quella dei loro genitori in quanto immigrati, significa trascurare quasi del tutto il loro essere educati e formati in Italia. Le visioni del mondo le hanno maturate in un contesto socio-culturale diverso da quello dei propri genitori.

È la stessa presenza di famiglie d’immigrati a mettere in discussione i modelli culturali della società d’approdo, tanto che si può parlare di integrazione in termini d’interazione reciproca tra i migranti e la società d’inserimento. Da un lato, è lo stesso tessuto sociale che si riorganizza in relazione all’inserimento di persone che sono state coinvolte in un processo di socializzazione in contesti caratterizzati da sistemi culturali diversi da quelli d’approdo. Dall’altro lato, sono gli stessi migranti ad essere coinvolti in processi di ri-socializzazione nella misura in cui vivono la propria esperienza sociale nel paese d’approdo. In questo caso, si può parlare d’immigrati come “attori in divenire”, e qui sembra opportuno (se non doveroso) precisare che proprio per superare la percezione degli immigrati in termini di persone dallo status definitivo è stato proposto di parlare di “immigranti” (a partire dal termine inglese immigrants), per sottolineare una condizione che è, invece, o dovrebbe essere, transitoria.

Il termine, quindi, ha il pregio di indicare un passaggio, uno status provvisorio che dovrebbe essere superato con la pienezza della partecipazione sociale e della cittadinanza. L’immigrato non è necessariamente uno straniero: i due termini riconducono a due distinte realtà. Come già detto, il primo fa riferimento ad un percorso da un paese d’origine ad un paese d’approdo. Il secondo, ad una nazionalità. E qui occorre stare attenti a non fare confusione. Si pensi al caso di immigrati nati all’estero da genitori italiani e che, quindi, sono di fatto italiani, poiché l’Italia ha adottato una normativa sull’acquisizione di nazionalità basata sul diritto di sangue.

Ne consegue che, oltre agli stranieri e immigranti, gli stessi italiani hanno origine dall’immigrazione. D’altronde, nel considerare il quadro sociodemografico italiano ad una certa data, dobbiamo tener conto anche della popolazione straniera residente, la cui consistenza ha subito considerevoli aumenti soprattutto a partire dagli anni ’70.