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N. - gennaio 1970
A proposito di

NUOVE DIPENDENZE PER GRANDI E PICCOLI

DIPENDENTI ANCHE DA GRANDI

Purtroppo anche gli adulti non sono sogggetti alla dipendenza da cellulare o ad altre dipendenze senza sostanza. 

Il 49% degli over 35 non sa stare senza cellulare, verifica se sono arrivate notifiche o messaggi almeno 43 volte al giorno, di cui un 6% arriva a sfiorare le 65 volte, e di stare 3 ore senza buttare un occhio sullo schermo non se ne parla per il 58% di loro.Tali dpendenze possono avere diverse sfaccettature:

NOMOFOBIA

La paura di non avere con sé il cellulare e di non poterlo controllare, Fomo, ovvero la paura di essere tagliati fuori da qualcosa

VAMPING e tutti gli altri fenomeni legati alle web compulsioni che tengono incollate le persone agli strumenti digitali, in particolar modo allo smartphone, e la loro vita di relazione ne risente in modo compromettente. Rischioso è l'isolamento sociale, quando si arriva all'alienazione fino a diventare

in effetti, i giovani 3.0 sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia, e sono orientati al tutto e subito. Di fatto, stiamo andando verso un'identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all'uso che fanno della rete.. Gli ultimi casi di cronaca hanno dimostrato quanto le nuove tecnologie possano essere lontane dall'empatia, fino a far diventare indifferenti al dolore altrui. "Ha a che fare con il tratto impulsivo di queste sindromi da dipendenza tecnologica: tutto quello che si fa lo si vuole condividere subito. Senza pensare alle conseguenze che ricadranno su di sé e sugli altri, la tecnologia ci permette di vivere tutto in modo mediato, anche la paura o un evento traumatico, e quindi di non viverlo sulla pelle, perché il corpo in questa dimensione non è presente. Non ci sono emozioni in quello spazio virtuale, e nulla è realmente condiviso. È mostrato, punto. Si è centrati sul bisogno immediato: "Voglio pubblicarlo, lo faccio", è un istinto che bisogna assecondare in modo immediato, senza pensare.

FENOMENO HIKIKOMORI 

Gli ultimi anni hanno visto una diffusione del fenomeno degli Hikikomori nei paesi europei, compresa l'Italia. Anche se non ci sono dati certi sulla prevalenza del fenomeno nel nostro Paese, secondo alcune stime non ufficiali il numero di giovani coinvolti sarebbe compreso tra i 30.000 e i 50.000. Gli Hikikomori sono ragazzi e giovani adulti, di età compresa tra i 13 e i 35 anni, che decidono volontariamente di vivere reclusi nelle proprie stanze, evitando qualsiasi tipo di contatto col mondo esterno, familiari inclusi. Si tratta di una sorta di auto-esclusione dalla società odierna, le cui pressioni e richieste vengono percepite come insostenibili. I CAMPANELLI D'ALLARME. Ma i genitori come possono capire se la dipendenza che caratterizza i ragazzi è nella norma o se invece sta diventando patologica? Ci sono alcuni segni caratteristici come l'alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. In breve, si potrebbe dire che quando c'è un'alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo.

INFOSURFING

Definito anche sovraccarico cognitivo, l’ «information overload» si verifica quando la persona cerca di gestire più informazioni di quante riuscirebbe a processare per prendere una decisione (Young, 2009). Questo comportamento è caratterizzato dalla continua ricerca di informazioni su Internet. La persona passa rapidamente da un sito all’altro perdendo il senso del tempo e non riuscendo a fermarsi. Si trascorrono sempre maggiori quantità di tempo nella ricerca e nell'organizzazione di dati dal Web, si perde molto tempo a discapito di altre attività con danno personale, lavorativo o di salute fisica. A questo comportamento sono tipicamente associate le tendenze compulsive-ossessive ed una riduzione del rendimento lavorativo.

GIOCO E DIPENDENZA

Smettere di scommettere. E' questa una delle tante sfide all'interno dell'ampio ventaglio delle nuove dipendenze. Parliamo della cosiddetta ludopatìa , in continuo aumento in Italia. La patologia della dipendenza da gioco, che colpisce le categorie più disparate, dal ragazzino che arriva a derubare i propri familiari all'adulto che sottrae danaro in ufficio o all'anziana signora che ha mandato in fumo la sua attività per inseguire la mania dell'azzardo.

Alcuni ce la fanno a risalire la china, a sfuggire all'ossessione di quel pensiero onnipresente e così simile a quello della droga. Ippica, slot-machine, carte, numeri al lotto, gratta e vinci. Donne (in maggioranza!) e uomini che ogni anno di più si rivolgono al servizio dell'Asl denominato Serd.

Ma la battaglia è davvero difficile, dal momento che ogni scommessa può essere fatta da casa, comodamente connessi alla rete, e dunque risulta del tutto vano chiudere fisicamente i luoghi deputati al gioco, sigillare le macchine seduttrici cercando di annullare la grande tentazione. C'è un grande lavoro da svolgere, ed è quello delle famiglie e degli psicologi, dei medici analisti e dei gruppi di autoaiuto.

L'unico modo di provare a scardinare la perversa dinamica del desiderio, per disinnescare il circolo vizioso che va dalla vincita, alla perdita, alla smodata voglia di rifarsi. Anche a costo di diventare una persona diversa, di abbandonare la famiglia, gli amici, le responsabilità della propria vita "sana". E' un'identità, quella del giocatore, che si impadronisce piano della persona fino a farle sentire di essere in quel ruolo per sempre, anche dopo anni di positiva astinenza. E molti ci ricadono, purtroppo. Quali, in sintesi, le motivazioni? Il gioco è, ovviamente, una forma di compensazione. Ed è altrettanto ovvio che per uscirne è necessario trovare un'alternativa alla scommessa, all'adrenalina che essa scatena. E' necessario dunque affrontare il problema, meglio se insieme ad altri che lo condividono, per capire e conoscersi, fino a cominciare a ricucire la propria vita, accettando anche i rischi di ricaduta, senza arrendersi, fino a vincere sul serio

INTERNETDIPENDENZA

I giovani denunciavano  da tempo l'assenza di luoghi specificamente dedicati a loro, o meglio di luoghi veramente rispondenti ai loro reali bisogni, alle loro specificità di "giovani".

1.L'elevato numero di quanti trascorrono il tempo sempre a confidarsi con gli amici e la significativa presenza di un bisogno non marginale di relazionalità, di un bisogno di parlare di sé, molto spesso, però, affidato al PC e non ad un rapporto diretto.

2.L'esigenza di luoghi specificamente dedicati a loro, ovvero la scarsa rispondenza dei luoghi pur frequentati comunemente, ai loro reali bisogni, alle loro specificità di "giovani".

3.Il fatto che solo "qualche volta" la maggioranza dei ragazzi vanno  al cinema si spiega presumibilmente con la pratica sempre più diffusa di guardare i film, in DVD, a casa e se al Personal Computer viene ancora riconosciuta la caratteristica di strumento privilegiato (se non indispensabile) per mediare il rapporto personale e sensoriale con il prossimo, non si può non ammettere che siamo di fronte ad un pericolo.

Il rischio cioè che la comunicazione virtuale sia fine a se stessa, alimentando un bisogno che vira, sempre più pericolosamente, verso una risposta "virtuale", al riparo dal "rischio" di un reale rapporto di prossimità/intimità con l'altro. Di fatto, piaccia o meno, siamo di fronte ad una nuova era della comunicazione da cui non può prescindere chiunque voglia realmente sintonizzarsi con il linguaggio del nostro tempo. Anche per questo, utilizzare il nuovo alfabeto in cui si declina il modo di comunicare è quasi un dovere, una necessità. Peraltro il PC, così come la rete, è solo uno strumento e tutto dipende dall'uso che se ne fa. Nel frattempo, la comunità scientifica ha dato anche dei nomi a tali disordini del comportamento e ci si comincia a occupare di questi "dipendenti" compulsivi più o meno come per i giocatori d'azzardo e le altre vittime di vecchie e nuove dipendenze.

Ma senza farci distogliere da situazioni estreme, limitiamoci a qualche considerazione relativamente all'uso eccessivo che si fa di questi strumenti, in via ordinaria e diciamo subito che alla base di una buona educazione ai nuovi media c'è la sobrietà. Bisogna far capire ai giovani che ci sono possibili alternative per il tempo libero, a cominciare dallo sport, dal frequentare di persona gli amici, dal fare volontariato. Ma se si abusa della televisione o dello stesso computer, è come con l'alcol e le sigarette: non si è credibili. Essere vicini ai figli, specie i più piccoli, nell'uso degli strumenti significa poter valutare insieme criticamente ciò che si guarda in tv o s'incontra in rete: smitizzare, toccare spesso il tasto dell'ironia, mostrare la diversità di opinioni come legittimo confronto di idee ma anche come strategia per non credere ciecamente in qualcuno senza porsi domande... insomma la rete che presenta tutto e il contrario di tutto, così come il numero enorme di emittenti televisive, possono essere occasioni per allenare un apprendimento critico, la presa di distanza, la formazione di proprie convinzioni, la non passività di fronte a questi strumenti. Ma molto più utile sarebbe, a nostro avviso, sviluppare anche in tale àmbito programmi di peer education: gli adolescenti ascolteranno molto più volentieri la parola dei coetanei che spiegano loro perché è bello e apprezzato non rincitrullirsi davanti a uno schermo e a una tastiera, compresi quelli formato micro del telefonino.

DIPENDENZA AFFETTIVA

La difficoltà nell'individuazione della condizione patologica delle "donne che amano troppo" risiede anche nei modelli di amore che una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come "normali" in nome dell'amore.

Soltanto da pochi anni l'Italia sta interessando clinici e ricercatori che, a diverso titolo, si occupano del fenomeno delle dipendenze, mentre negli Stati Uniti da più di 30 anni sono condotte ricerche su questa tematica. La dipendenza affettiva che si verifica nelle relazioni di coppia è uno stato nel quale l'essere ricambiati diventa una condizione indispensabile per la propria esistenza, proprio come l'assunzione di droga lo è per il tossicodipendente. La dipendenza verso qualcuno che fa soffrire, tanto che ciò avvenga attraverso maltrattamenti all'interno di una relazione, è patologica. Proprio come avviene a chi sviluppa dipendenza per l'alcol, la droga e il gioco d'azzardo, la persona che è dipendente dal punto di vista affettivo diventa pericolosa per se stessa e per gli altri. L'Istat ha rilevato che la violenza è opera del marito nel 53% dei casi; dell'ex partner nel 18%; del convivente nel 10%; di uno sconosciuto nel 2%. Appare evidente che tra mariti, ex fidanzati e conviventi ci sia un 81% dei casi di violenza sulle donne ad opera di uomini con cui esse stesse hanno instaurato una qualche relazione intima. Molto spesso le tremende storie che la cronaca riporta, etichettandole come "femminicidi", sono in realtà il tragico esito di una patologica dipendenza emotiva, che rende incapaci di vivere senza l'oggetto di dipendenza tanto da preferirlo morto che con qualcun altro. Infatti, i cosiddetti "femminicidi" spesso, scaturiscono da anni di violenze fisiche e psicologiche, nei confronti di donne che spesso appaiono deboli e schiave dei loro carnefici. "Non posso stare con te" (per il dolore in seguito a umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti) "né senza di te", (per l'angoscia al solo pensiero di perderti). E' questo il paradosso emotivo che caratterizza la relazione tra "vittima" e "carnefice" della dipendenza affettiva. E' possibile definire la dipendenza affettiva come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all'interno della relazione di coppia, in cui uno dei due (nel 99% dei casi la donna) riveste il ruolo di donatore d'amore a senso unico, e vede nel legame con l'altro, spesso problematico o sfuggente, l'unica ragione della propria esistenza. Le cause della dipendenza affettiva possono trovarsi proprio nei primi anni di vita di una persona, quando lo sviluppo viene condizionato dal rapporto con i genitori: in questo periodo si forma il sistema che permetterà di gestire gli scambi affettivi e relazionali. Un abbandono da parte dei genitori (o una violenza psicologica o fisica) può compromettere il modo nel quale il bambino vivrà la sua sfera affettiva. I sintomi più importanti di questo problema sono, solitamente, senso di colpa, gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei confronti del partner, annullamento di sé, abbassamento dell'autostima e paura di solitudine, cambiamenti, lontananza, abbandono e separazione. La dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell'umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l'altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare da chi ama solo se stesso. In realtà, l'equilibrio di coppia si fonda sempre sul dialogo, sul rispetto di sé stessi e sul riconoscimento dell'altro come individuo prima che come partner: se manca uno di questi tre ingredienti occorre ripartire da lì. Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive è certamente l'ammissione di avere un problema. Ma è ben sottolineare che, sebbene esistano dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell'abitudine cronica diviene dipendenza, l'amore è un'altra cosa.

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