L'INTERVISTA

LA QUALITA’ DELLA DEMOCRAZIA: SAPER ASCOLTARE

di Gerardo Giordano e Anna Grota

Il protagonista dell’intervista...


... di questo numero di caosinforma è il Senatore Alfonso Andria esponente di rilievo del panorama politico del territorio salernitano, che ha ricoperto vari incarichi nazionali ed europei maturando esperienze che gli hanno consentito di conoscere ed intervenire su tanti problemi in svariati settori economici e produttivi. Ha fatto parte della Commissione Parlamentare dell’Agricultura ed inoltre è fortemente impegnato sin da giovane in tutte quelle attività che sono connesse allo sviluppo del turismo e della cultura. Già Presidente della Provincia di Salerno conosce in modo approfondito la situazione locale, gli abbiamo chiesto una riflessione allargata capace di offrire una lettura sulle principali tematiche sociali attualmente all’ordine del giorno. Come si vedrà leggendo la riflessione che abbiamo sviluppato con lui il risultato non ha tradito le nostre aspettative.

Arrivati alla soglia dell’estate abbiamo pensato di preparare un numero nel quale vogliamo fare il punto della situazione, ripercorrere le tematiche che abbiamo esaminato durante l’anno. Da qui l’idea di chiedere ad un interlocutore  di eccellenza un incontro ragionato sul lavoro che abbiamo fatto e sulle cose che vorremmo cominciare a fare a settembre quando riprenderemo il corso normale. Diverse sono le questioni che ci preme approfondire, in particolare vorremmo soffermarci sugli elementi di cambiamento che si sono registrati negli ultimi anni. Lei si è occupato molto anche di politiche sociali volevamo sapere dal suo punto di osservazione quali problemi e quali cambiamenti sono intervenuti, quali i segni di speranza per i giovani del territorio.

Faccio partire la mia analisi da lontano per delineare uno scenario e contestualizzare questioni particolari che riguardano le politiche rivolte alla condizione giovanile, il disagio, le fasce dello svantaggio. Qual è lo scenario al quale io guardo con preoccupazione e che è indicativo di un mutamento in peius?  Negli ultimi anni si è discusso progressivamente sempre meno. Anche da parte delle istituzioni sono mancate sollecitazioni a  confronti e momenti di approfondimento utili a far lievitare nella coscienza comune convinzioni condivise. E’ un segno di cambiamento assai preoccupante.

Alla fine degli anni ’90 e i primi del nuovo millennio, nella gestione della cosa pubblica a livello locale c’erano mille occasioni di interscambio sui territori in una comunità vasta quale la provincia. A titolo di esempio cito il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale che redigemmo all’epoca della mia presidenza alla Provincia. Si trattava di uno strumento di organizzazione urbanistica dell’area vasta che interpretammo come strumento-guida dello sviluppo locale orientato a valorizzare le vocazioni originali del territorio e a stimolare la crescita di nuove potenzialità. La redazione del Piano fu il momento terminale di una vasta consultazione e confronto con il territorio,  gli attori sociali ed istituzionali, in primo luogo con le amministrazioni locali, con il sindacato. Il piano fu la risultate di una impegnativa operazione di partecipazione democratica alla scelte per lo sviluppo del territorio. Fu adottato un metodo di governance dal basso replicato in altri ambiti come il  Piano di Zona per le politiche sociali, che mettemmo in essere non solo in anticipo rispetto alla pubblicazione della legge 328 (del 2000, n.d.r.) ma come gemmazione di uno strumento di sviluppo locale che era un Patto territoriale. L’area di rifermento era l’agro-nocerino-sarnese e attraverso quel patto territoriale per il lavoro, nato sotto l’egida dell’Unione Europea, furono messe in campo contestualmente strumenti per promuovere occupazione e azioni rivolte alla soluzione di criticità nel campo sociale. Lo sforzo era quello di declinare crescita economica e servizi alla persona per invertire processi di disgregazione sociale. Prese corpo così un modello di  welfare locale tarato sulla centralità della persona e attento a offrire risposte diversificate ed efficaci ai bisogni dei cittadini.

Ho indicato due esempi importanti per evidenziare come attraverso la scelta di un metodo di concertazione e una precisa mission venne delineato un ruolo nuovo, attivo e protagonistico della stessa istituzione-Provincia, cuore pulsante in una rete di istituzioni e attori sociali convergenti a politiche di rinascita del territorio. 

  

Quali le luci e quali le ombre del cambiamento?

Quelle scelte strategiche hanno stimolato nei territori consapevolezza di potenzialità, risorse e obiettivi di miglioramento delle condizioni socio-economiche e generato spinte all’autogoverno dei processi attivati. Il bilancio dei risultati è articolato. In alcune aree del nostro territorio è maturata la svolta virtuosa in altri, mancare la spinta iniziale, il processo si è arenato. Il territorio attualmente soffre una difficoltà che si riflette sulla condizione delle persone per effetto della precarietà e incertezza delle risposte attese dalle istituzioni.

Che cosa si potrebbe fare oggi nelle condizioni date, che non sono più quelle in cui si cercavano nuove strade ma c’è declino economico, crisi, per non parlare del problema dei lavoro giovanile

Non ho ricette né soluzioni automatiche. La premessa per individuarle deve però partire da una scelta di onestà intellettuale e responsabilità politica. La consapevolezza dei problemi complessi che siamo chiamati ad affrontare non può essere né alibi al non fare né giustificazione a scorciatoie che hanno il sapore del già visto.

La prima difficoltà è di ordine finanziario. Per rendere sostenibili i servizi l’alternativa è netta: o si riducono “quantitativamente”  le prestazioni fino ad oggi assicurate dal welfare o si decide di attingere ad altre risorse per poterle garantire. Il limite oggettivo di risorse tuttavia non può autorizzare al disimpegno rispetto a politiche da mettere in campo. Le amministrazioni locali non possono cancellare dalla propria agenda interventi organici sui servizi alla persona nascondendosi dietro l’incertezza a reperire, per effetto dei tagli al bilancio nazionale, le necessarie coperture finanziarie. In tempi di crisi come quello che viviamo le risposte ai bisogni vanno cercate a partire da scelte politiche condivise generate dal dialogo sociale e da scelte di coresponsabilizzazione tra gli attori istituzionali. Registro invece chiusure e particolarismi e uno scivolamento verso modalità burocratiche delle politiche di servizio alla persona.

 

Quanto nuoce questo a un riscatto della condizione giovanile attuale, ad una politica per costruire nuovi lavori per il mondo più giovane, il problema del lavoro è anche un problema che riguarda gli adulti, ma oggi la questione giovanile sembra all’ordine del giorno, quanto si può fare?

I giovani sono i primi a subire il clima di incertezza, indeterminatezza e assenza di prospettive che la crisi genera. I dati più recenti sulla disoccupazione giovanile nel Sud e nella nostra provincia delineano un quadro che si potrebbe definire “disperato”. Ma alla politica non è richiesto coniare aggettivi bensì indicare strade e soluzioni ai problemi. La crisi non deve condannare alla paralisi.

Per stare al concreto penso che si  potrebbe spingere sulla capacità dell’industria a creare alleanze con il territorio soprattutto laddove, ed è il nostro caso, esistono eccellenze significative. Ricerca e sviluppo vanno di pari passo; università e soggetti economici del territorio che dialogano e realizzano progetti comuni per lo sviluppo dovrebbe essere la norma. E invece non è mai decollata una logica di sistema. Le iniziative sono state sporadiche e occasionali benché celebrate come un miracolo.

Qualche segno di apertura al territorio provinciale, venuto dalle imprese non smentisce un quadro generale sostanziale disinteresse. Imprese e università devono moltiplicare gli sforzi per incontrarsi. Il nostro ateneo è maturo per mettere in campo politiche più aperte verso le imprese. Abbiamo tante eccellenze ma abbiamo anche tante sofferenze che colpiscono quelle eccellenze che hanno fatto crescere in passato il territorio sui quali è urgente intervenire.

Il problema è che vanno attivati strumenti generali  e di ampio respiro. In passato le strategie di sviluppo territoriale avevano a disposizione misure come i patti territoriali, i contratti d’area. Chiusa quella stagione la nostra provincia, ma direi la stessa regione e il Mezzogiorno, si sono trovati privi di  strumenti e politiche economiche coerenti ed efficaci se non a prevenire la crisi attuale almeno ad offrire condizioni per governarne l’impatto in maniera meno drammatica. Paghiamo, non lo si può tacere, una latitanza di scelte e responsabilità da parte del quadro di governo nazionale e regionale.

La nostra città, i giovani che la popolano vede segni di speranza?

Ho fatto un ragionamento più vasto riferito al contesto provinciale, per la città non so se la situazione è migliore o peggiore rispetto a quella della provincia. Stento a credere che sia migliore perché c’è una condizione di affidamento all’esteriorità, a ciò che appare non a quello che invece è nei fatti. Quell’assenza di dialogo, che è il punto dal quale siamo partiti, dove si incarna in maniera emblematica?  È concretamente manifesta nella condizione giovanile di oggi, dentro la famiglia, dentro la scuola, in strada. Non vedo un’attenzione particolare verso la condizione giovanile. Le politiche giovanili servono a questo: a captare il bisogno e a tradurre quel bisogno in una politica che poi si declina secondo una sua articolazione e una serie di risposte che servono a far venire fuori quell’intelligenza, a ri-cacciare dalla solitudine quell’individualità e introdurla in una rete di contatti sociali che fa crescere l’individuo facendo al contempo crescere anche la società locale. Io non so se si possa parlare in questo territorio cittadino di politiche degne di questo nome. Si parla di politiche sociali sul piano burocratico perché c’è un portatore di handicap, perché c’è un’associazione di volontariato che così viene anche mantenuta in una certa rete di contatti, però poi più complessivamente la risposta sociale alla condizione giovanile, non solo alla condizione dello svantaggiato fisico o psichico, ma al contesto sociale, qual è?

Quali sono le resistenze verso un cambiamento?

Sono resistenze che definirei inconsapevoli non predeterminate, sono resistenze che si creano nel contesto sociale nel quale operiamo. È l’incapacità a misurarsi, accettandola, con la complessità del cambiamento. La sfida inevitabile genera paura, resistenza, arretramento dalla responsabilità di affrontare il conflitto che ogni cambiamento impone. La risposta è individuale. Si sceglie la chiusura, il riflusso nel proprio particolare. Vedo ragazzi in bilico tra desideri frustrati e acquiescenza. Accade perché si è slabbrata la trama delle relazioni sociali ed interpersonali. Credo che si possa parlare di emergenza educativa non riferendomi con questo termine solo alla scuola. E qui ancora colgo il deficit  di politiche sociali coerenti il cui primo obiettivo è di creare una condizione di relazione, di dialogo, di confronto. Non penso solo a interventi settoriali, penso alla urgenza di ricostruire un clima in cui la reciprocità dell’ascolto fondi il dialogo nella sua dimensione pubblica e democratica. Credo che sia questo, oggi, il dovere primario della politica e delle istituzioni. Se  un politico deroga a questa impostazione, o non  ha la forza e la costanza di sostenerla,  sarà meglio che  si occupi d’altro!